Vincenzo Belfiore, geologo e tour operator, con alle spalle alcune rovine di Noto antica Vincenzo Belfiore, geologo e tour operator, con alle spalle alcune rovine di Noto antica © Carmelo Battiato

Sull’altipiano di Noto antica In evidenza

Nel gennaio di 323 anni fa accadde «un terremoto così orribile e spaventoso che il suolo a guisa d’un mare ondeggiava, li monti traballando si diroccavano e la città tutta in un momento miseramente precipitò». Lo scrive padre Filippo Tortora, testimone oculare a Noto, in provincia di Siracusa, una delle 40 città siciliane distrutte dal sisma del 1693, tra i più disastrosi della storia dell’umanità. In realtà le scosse furono due, di magnitudo crescente, la prima il 9 e la seconda l’11 gennaio. Alla fine si contarono oltre 60 mila morti. La sola Catania registrò una percentuale di perdite pari al 60 per cento dell’intera popolazione.

Il castello reale, uno degli edifici meglio conservati di Noto antica (© foto di Carmelo Battiato)A un evento così devastante seguì una sorprendente capacità ricostruttiva che oggi si può ammirare nella struttura barocca dell’urbanistica di gran parte della zona orientale dell’isola. Se, parafrasando il titolo del libro-intervista di Leonardo Sciascia, la Sicilia è una metafora, perché «offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni - afferma lo scrittore di Racalmuto -, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno», allora la vicenda del terremoto e di ciò che ha innescato successivamente può servire da monito e speranza. Così come dalle sue rovine Noto è rinata a valle dell’originaria collocazione diventando patrimonio Unesco del Barocco, analogamente il nostro Paese potrebbe riuscire a trovare le energie per rifondare una nuova economia sulle macerie della crisi che in questi ultimi anni ha mietuto tante vittime. Magari facendo tesoro di quell’innovazione tecnologica che proprio in questi mesi sta mettendo a punto una “riedificazione” digitale di Noto antica a partire dalle sue rovine. Il progetto in questione si chiama Efian (Experimental Fruition Ingenious Ancient Noto), è finanziato dal Miur e coinvolge i dipartimenti di Architettura delle università di Palermo e Catania. Ce ne parla Vincenzo Belfiore, collaboratore in passato dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, mentre ci accompagna verso l’altipiano su cui poggiava la cittadina prima della catastrofe: «Alla nostra sinistra la valle del durbo, cioè del platano, albero tipico di queste vallate. Si vede la morfologia a meandri incassati - dice indicando i rilievi che costeggiano la mulattiera su cui ci inerpichiamo -, si vedono le grandi frane sismo-indotte». Geologo atipico, con una passione equamente distribuita tra gli studi scientifico-naturalistici e quelli storici a cui fa da collante una vasta erudizione, Belfiore sta effettuando all’interno di Efian i rilievi che saranno utilizzati per dare vita al «progetto di realtà aumentata - spiega -, diversa da quella che viene indicata con il termine “virtuale”».

Vale a dire?
«Con la realtà virtuale si fanno delle ricostruzioni, anche iperrealistiche, che si possono vedere senza essere in loco. Per la realtà aumentata, invece, è necessario essere sul posto e visualizzare gli oggetti attraverso dei google glass, uno smartphone o un tablet».

Ma qui intorno sono tutte macerie. Come si fa a rappresentare un intero edificio basandosi su qualche mattone?
«In questo momento stiamo costeggiando quel che rimane delle mura di una chiesa di 76 metri intitolata a San Nicola, la sesta più grande della Sicilia. Sappiamo da documenti coevi che il portale fu adornato con marmi di Carrara e che nel 1580 per la costruzione del municipio fu incaricato un architetto fiorentino. Così come in precedenza, nel 1471, è certa la committenza per la chiesa del Crocifisso a grandi maestri quali Antonello da Messina e Francesco Laurana. Al professor Marco Nobile dell’Università di Palermo è bastato dare un’occhiata a una pianta che negli anni Settanta persone poco esperte avevano steso basandosi sui resti di Noto antica per rendersi conto che c’era una incongruenza rispetto agli edifici realizzati nello stesso periodo».

Che cosa aggiungerà, in termini di esperienza, il progetto Efian ai futuri visitatori di Noto antica?
«Consapevolezza di un patrimonio e qualità della vita. Sempre che questi siano viaggiatori, e non turisti».

C’è differenza?
«I primi sono quelli che non vogliono soltanto sentirsi dire: “Alla vostra destra vedete…”. Che desiderano, cioè, diventare partecipi. Arricchirsi, oltre che svagarsi. Per questo con un gruppo di amici abbiamo fondato un tour operator di incoming che si chiama Ibla, come il mitico re dei Siculi da cui il nome dei monti Iblei. Proponiamo, oltre alla visita di Noto antica, percorsi che variano dall’escursionismo classico a quello nei canyon fino al torrentismo».

E funziona?
«Dipende dai punti di vista. In Sicilia arrivano ogni anno sei milioni di visitatori. Se pensiamo che nelle Baleari ce ne sono 18 milioni su una popolazione di un milione e 100 mila abitanti, si capisce che lì il turismo è fonte primaria di ricchezza. E Noto, per giunta, è una città di punta nell’afflusso turistico della nostra isola. Ma questo non basta».

Da che cosa dipende questa attrattiva limitata?
«Paghiamo ancora un’immagine negativa che dà per metà lo Stato italiano e per metà diamo noi stessi. Quando finiamo su tutti i giornali per la mafia e la corruzione…»

Non sarà il solito vittimismo in salsa meridionale?
«No. Basta rileggere la storia, non quella scritta dai vincitori. Prima dell’Unità il nostro era il quarto Pil d’Europa. Napoli era la terza città del mondo, Palermo la seconda città d’Italia. Bari e Taranto erano più importanti di Milano. In pratica, la geografia era ribaltata».

C’è tutta una pubblicistica recente di tipo revisionista. Basti pensare a Terroni di Pino Aprile…
«Non amo i revisionismi di certo giornalismo, che spesso è fazioso tanto quanto le versioni ufficiali. La mia formazione scientifica mi spinge a un La torre del castello reale, a Noto antica, vista dall’interno (© foto di Carmelo Battiato)approccio basato sul documento, sul dato, piuttosto che sulla sua interpretazione. La mia non è una esegesi delle fonti ».

Qualche esempio?
«Prendiamo l’“epica” battaglia di Calatafimi. Se contiamo i morti complessivi, sono 72. Al confronto, la “passeggiata” dell’operazione Husky, quando gli Alleati nella notte tra il 9 e il 10 giugno 1943 sbarcano in Sicilia, lascia sul campo 17 mila morti».

Anche gli americani, però, non sono da meno nel mitizzare alcuni momenti poco edificanti della loro storia.
«Però loro, a differenza degli italiani, non hanno mai vietato di intitolare vie e piazze al generale Lee, il principale rappresentate delle forze sudiste sconfitte nella guerra civile americana. Da noi, invece, la toponomastica riporta quasi esclusivamente i nomi dei vincitori: Vittorio Emanuele, Garibaldi, Cavour ecc.».

Racconta anche queste cose quando porta i “viaggiatori” in giro per Noto antica?
«Certo. La consapevolezza della nostra identità, del nostro passato culturale e politico è necessaria per capire perché siamo così. Se siamo così, infatti, non è colpa di un destino crudele che ha investito la nostra terra, condannandoci a uno stadio perpetuo di sottosviluppo».

Carmelo Greco

Direttore responsabile di Kleos Fabrica, ha lavorato per più di dieci anni a Milano nella carta stampata, per poi convertirsi al digitale. Una conversione che ha interessato anche il suo primo romanzo, Le stagioni di Cavabella.

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