Una delle aule dell’Istituto tecnico Majorana di Brindisi Una delle aule dell’Istituto tecnico Majorana di Brindisi

Majorana, la scuola degli studenti In evidenza

Nel suo ufficio c’è un ritratto di Steve Jobs con il famoso invito lanciato agli studenti dell’Università di Stanford: «Stay hungry, stay foolish». Siate affamati, siate folli. E, in effetti, un po’ pazzo lui lo è. Salvatore Giuliano, dirigente dell’Istituto tecnico Majorana di Brindisi mena vanto della sua “follia”. Perché uno che, nel nostro Paese, ha messo mano a una scuola rivoltandola come un calzino, non può essere considerato normale. Al limite, geniale.

L’Istituto Majorana conta oggi 1.300 studenti, numero raddoppiato da quando, nel 2009, il professor Giuliano ne prese le redini. Ha quattro indirizzi: chimica e materiali, biotecnologie sanitarie, biotecnologie ambientali, liceo scientifico delle scienze applicate quinquennale e quadriennale, quest’ultima una delle rarissime sperimentazioni in Italia. Non è l’unica realizzata al Majorana. Una delle più interessanti si chiama “Book in progress”. «Abbiamo voluto scrivere i contenuti direttamente sui ritmi di apprendimento dei nostri ragazzi - spiega il dirigente scolastico -. Ci sono circa 200 scuole di tutta Italia che aderiscono e che creano, quindi, contenuti con un fortissimo abbattimento di spesa da parte delle famiglie: da 450 a 50 euro. Con quello che si risparmia le famiglie acquistano la tecnologia che ha consentito di cambiare completamente il modo di fare scuola».

In che modo?
«Modificando il paradigma, non solo italiano ma mondiale, basato sulla promozione degli insegnamenti».

Invece su cosa dovrebbe basarsi?
«Sugli apprendimenti. La scuola esiste perché occorre trasmettere gli apprendimenti».

Detto in altri termini?
«Le lezioni tradizionali vengono fatte come una serie di racconti e poi si assegnano i compiti da svolgere a casa, ma non ci si preoccupa di quanto e come i ragazzi apprendono. Soprattutto si ignora il fatto che il mondo sia cambiato. La scuola continua a essere ancorata a sistemi ottocenteschi di trasmissione del sapere. Che ci piaccia o no, invece, i nostri ragazzi apprendono, socializzano, si informano, condividono in maniera completamente diversa. Smartphone e tablet sono diventati ormai elettrodomestici di uso comune su cui viaggia una quantità impressionante di dati, notizie, contenuti didattici. Apprendimenti, appunto».

E la vostra scuola come tiene conto di questa rivoluzione?
«Alcuni studenti, ad esempio, fanno l’interrogazione producendo un video di tre minuti sulla cellula, l’equazione di secondo grado, su Dante. Se il loro lavoro è fatto bene, viene anche reso pubblico. Settimana scorsa un gruppo di loro, insieme agli insegnanti, ha realizzato un promo per Eni. Sempre per Eni, nel 2011 abbiamo creato tre lezioni multimediali in occasione della mostra dedicata a George de La Tour a Milano».

Un lavoro remunerato?
«Seimila euro interamente investiti nella dotazione tecnologica della scuola».

È paradossale che queste esperienze non provengano da un istituto d’arte…
«È paradossale piuttosto che l’Italia abbia un patrimonio artistico enorme totalmente dimenticato, sottoutilizzato, abbandonato a se stesso».

E questo da che cosa dipende?
«Dal fatto che la scuola diffonde la cultura dell’errore, che ha il gravissimo difetto di uccidere la creatività. A scuola, come dice Ken Robinson, la cosa più grave che tu possa commettere è l’errore. E poi aggiunge: non è che per essere creativi bisogna sbagliare o sbagliare è uguale a essere creativi. Però, senza la possibilità di fare errori e di gestirli, i ragazzi perdono la creatività».

Una perdita grave?
«Oggi, competenze che sono determinanti per la collocazione nel mondo del lavoro, vengono completamente ignorate dai sistemi educativi. Parlo delle cosiddette soft skills: lavorare in gruppo, avere la capacità di creare una presentazione convincente con contenuti multimediali…».

Ma non è che poi i vostri studenti diventino solo bravi “smanettoni”?
«Il 20% dei diplomati del Majorana con una votazione fra 90 e 100 è stato assunto, dopo sei mesi, con un contratto di lavoro a tempo indeterminato. L’anno scorso, quattro dei nostri ragazzi, a un mese dal conseguimento del diploma, sono entrati in una multinazionale del petrolio e hanno iniziato a lavorare negli Emirati Arabi. Domenica scorsa, alle Olimpiadi nazionali, abbiamo vinto la medaglia d’oro in matematica. Nel 2014, alle Olimpiadi internazionali di informatica, l’unico italiano sui quattro selezionati era del Majorana e ha vinto la medaglia d’argento».

Questo contraddice la vulgata che vorrebbe le scuole del Sud di manica larga…
«Un’estrema sciocchezza. La differenza la fanno solo le persone. Da qualche mese si è trasferita qui una ragazza di un liceo di Mantova. L’anno prossimo una famiglia di Bolzano verrà a stare a Brindisi per far studiare il figlio al Majorana».

Le famiglie, quindi, sono alleate della scuola?
«Assolutamente sì. Senza di loro non avrei potuto fare niente. Le famiglie, se le coinvolgi, sono sempre vicine alla scuola».

E la politica?
«Da troppi anni a questa parte, purtroppo, si va avanti improvvisando. Molte delle riforme della scuola, di riforma non avevano nulla. Avevano solo la preoccupazione di tagliare i costi, senza un vero impianto pedagogico o l’idea di dare ai ragazzi maggiori competenze».

È un giudizio che coinvolge anche la riforma del Governo Renzi?
«Non è una riforma di ordinamento. Si sta decidendo di gestire diversamente i rapporti giuridici all’interno della scuola, non si sta intervenendo sui programmi, sui contenuti delle discipline, sui quadri orari. Ritengo alcuni principi, come quelli della valutazione e della formazione, validissimi. Altri mi auguro che saranno chiariti con i decreti attuativi».

Perché, allora, ha scatenato un putiferio?
«C’è molta disinformazione in giro. Non so quanti abbiano letto il Ddl e quanto di questa disinformazione sia costruita ad arte. Quando sento dire, ad esempio, che le vacanze si ridurranno da tre a un mese, delle due l’una: o sei veramente ignorante o lo fai apposta. E poi, non dimentichiamo che la scuola è come la nazionale: tutti ne parlano come se fossero gli allenatori».

E lei, in quanto “allenatore” del Majorana, per quale vittoria vorrà essere ricordato?
«Per aver reso il Majorana una scuola degli studenti. Il vero miracolo è aver restituito la scuola ai ragazzi. Lo si vede quando, al termine delle lezioni, non vogliono andare via».

Carmelo Greco

Direttore responsabile di Kleos Fabrica, ha lavorato per più di dieci anni a Milano nella carta stampata, per poi convertirsi al digitale. Una conversione che ha interessato anche il suo primo romanzo, Le stagioni di Cavabella.

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