Un particolare della cantina della casa vinicola Appollonio a Monteroni di Lecce Un particolare della cantina della casa vinicola Appollonio a Monteroni di Lecce

Il vignaiolo globalizzato e 2.0 In evidenza

Ci siamo occupati in precedenza del mestiere del viticoltore, raccontando l’esperienza di un giovane imprenditore del settore. Ritorniamo adesso sull’argomento per ribadire - dati alla mano - quanto sia diventato importante ormai in Italia questo ambito. Si è appena conclusa, sabato 28 e domenica 29 maggio, la ventiquattresima edizione di “Cantine aperte 2016”, l’evento enoturistico organizzato dal Movimento turismo del vino che quest’anno ha aperto le porte di circa 800 aziende vitivinicole italiane.

Escursioni in vigna, degustazioni, mostre, laboratori, minicorsi per aspiranti sommelier, visite, pranzi e cene che hanno attirato un pubblico nutrito di turisti e curiosi. L’appuntamento ha rimarcato, ancora una volta, l’interesse crescente per un comparto il cui giro d’affari complessivo si aggira intorno ai quattro miliardi di euro. Bisogna, però, distinguere tra abitudini del consumatore e produzione. Sono proprio di questi giorni i dati Istat sul consumo di bevande alcoliche da cui si ricava che nel 2015, per la prima volta dopo diversi anni, si è verificato un recupero della penetrazione di consumo di vino, forse come reazione al calo verticale degli anni scorsi causato dalla crisi economica. Si tratta, tuttavia, di un recupero non omogeneo. Se, infatti, il nord e il centro Italia spingono in su la penetrazione, a sud la situazione rimane statica. Piemonte e Toscana guidano la classifica delle regioni con il maggior numero di consumatori di vino in rapporto alla popolazione, anche se i giovani continuano a preferire altre bevande ed è la fascia compresa tra i 35 e i 54 anni e quella degli ultra 65enni a determinare una lieve crescita nei consumi del nettare di Bacco.

Poco male, perché anche se non siamo dei grandi bevitori, in compenso risultiamo essere il maggior produttore con 49,5 milioni di ettolitri nel 2015, il 12% in più rispetto al 2014, tallonati dalla Francia con 47,5 milioni di ettolitri (dati Oiv, Organizzazione nazionale della vigna e del vino). Ancora più significativi i numeri nelle nostre regioni che sottolineano ulteriormente la discordanza tra abitudini dei consumatori e quantità prodotta. La Puglia, ad esempio, nel 2015 ha segnato un balzo di 7,5 milioni di ettolitri, 2,1 in più a confronto del 2014, cioè il 40% in più su base annua e il 28% sulla media storica. Del resto, basta fare un giro in una delle cantine presenti sul territorio apulico per rendersene conto.

A Monteroni di Lecce, ad esempio, la casa vinicola Apollonio, marchio storico fondato dall’omonima famiglia nel 1870 oggi arrivato alla quarta generazione, esporta il 97% del suo milione e mezzo di bottiglie in 35 Paesi esteri fra cui Europa, Brasile, Cina, Australia e Stati Uniti. Fino a qualche anno fa era addirittura il 100%, grazie soprattutto all’impronta recente impressa dai fratelli Massimiliano e Marcello, il primo enologo e il secondo responsabile commerciale. La loro visione internazionale non è solo proiettata all’esterno, ma radicata anche all’interno. Basti pensare alla scelta di botti in rovere francese, americano e di Slavonia nelle quali far “riposare” il vino, che rimandano a un approccio non provinciale del core business aziendale. Oppure all’utilizzo dei social network per promuovere il brand anche nei confronti di un pubblico come quello giovanile che, si è visto prima, sembra essere il meno interessato al prodotto. Certo, i vitigni imbottigliati, dal negramaro al primitivo, sono tipici del Salento, zona in cui opera la casa, ma tutta l’impostazione imprenditoriale tiene conto del contesto globalizzato dell’attuale economia. Per questo i fratelli Apollonio sono un esempio da guardare e da seguire per i giovani che vogliono cimentarsi nell’arte del vignaiolo moderno, aperto al mondo e 2.0.

 

Carmelo Greco

Direttore responsabile di Kleos Fabrica, ha lavorato per più di dieci anni a Milano nella carta stampata, per poi convertirsi al digitale. Una conversione che ha interessato anche il suo primo romanzo, Le stagioni di Cavabella.

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