Antonio Frassanito nel suo cantiere Antonio Frassanito nel suo cantiere

Il maestro d’ascia di Marittima In evidenza

A Marittima, frazione di Diso abitata da un migliaio di anime, i Frassanito hanno sempre fatto i costruttori di barche, per l’esattezza di piccoli gozzi da pesca, attività abbinata al piccolo rimessaggio a terra. Oltre a quella di Antonio, c’era un’altra famiglia di maestri d’ascia con il medesimo cognome. Adesso è rimasto solo lui, ogni tanto aiutato dal fratello che nel frattempo è andato in pensione. Per trovare un altro artigiano del settore bisogna andare fino a Gallipoli. Se si pensa al comparto “gemello”, solo nella vicina Castro negli anni Settanta si contavano circa 500 pescatori. Oggi sono appena una decina. E questo nonostante la Puglia, non solo il basso Salento, sia sempre stata sprovvista di porti davvero sicuri, al riparo dalle mareggiate improvvise che tanti danni provocano alle imbarcazioni ancorate.

Chiedersi se è arrivata prima la crisi della pesca o quella dei costruttori di barche sarebbe come domandarsi se è nato prima l’uovo o la gallina. Certo, in merito alla pesca non ha aiutato, secondo Frassanito, il blocco alle licenze che negli anni passati ha riguardato incondizionatamente piccole e grandi imbarcazioni. Mentre l’ingresso sul mercato della vetroresina ha influito poco o nulla sul calo della produzione dei natanti in legno. Come in tante altre professioni tipiche, è mancato il passaggio generazionale. Antonio Frassanito difficilmente riuscirà a tramandare i segreti del mestiere a un successore, e non solo perché le figlie hanno preso altre strade. È tutto un mondo a essere venuto meno.

«Anche se il figlio di un pescatore - spiega - decidesse a 30 anni di seguire le orme paterne, non avrebbe l’esperienza sufficiente che si impara, invece, da piccoli». Come la sua, cominciata fin da quando, a 6-7 anni, si aggirava tra pialle e mazzetti nella bottega del padre, che a sua volta aveva ereditato l’arte dal genitore. «Senza contare - continua Frassanito - che si può andare in mare per pochi mesi e poi, quando arriva la brutta stagione, si è costretti a stare sulla terraferma. Un tempo, infatti, durante il periodo invernale i pescatori lavoravano nei frantoi». Due mondi che sono stati sempre legati l’uno all’altro. L’ulivo, ad esempio, veniva utilizzato per le “ordinate”, lo scheletro interno della barca. Anche se il legno più gettonato è sempre stata la quercia. I Frassanito ne hanno addirittura comprato un bosco sessanta anni fa per timore di rimanere a secco. Timore rivelatosi poi infondato. Si usavano pure altre piante, come il gelso. Negli anni Ottanta un’azienda ne immagazzinò, intorno alla zona di Marittima, diecimila quintali che poi furono utilizzati soprattutto per gli sportelli delle cucine componibile. Alla fine è arrivato dall’Africa l’iroko a sbaragliare la concorrenza per via dei costi contenuti. «È un po’ “disgraziato” - precisa l’artigiano -. Se lo usi come Dio comanda, allora tiene. Altrimenti, si fessura».

Sull’importanza della cura nel fare questo tipo di lavoro, Antonio Frassanito non smette mai di insistere. Molti dei restauri che gli vengono richiesti, lo costringono a disfare le “pezze” aggiunte da chi non è del mestiere per poi ricostruire interamente l’imbarcazione partendo dalla chiglia. Per fortuna esistono ancora cultori che apprezzano la qualità della sue lavorazioni. Come, ad esempio, il cliente che ha commissionato il gozzo di quattro metri e mezzo, quasi tutto in quercia, che Frassanito sta realizzando in questi giorni. «È un diportista che proviene da una famiglia di pescatori e quindi è affezionato a questo tipo di barca che, fra l’altro, è molto pratica e si manovra facilmente per catturare la seppia o il calamaro». Anche sul fronte della manutenzione, il maestro d’ascia difende le sue creazioni. «Alcuni scelgono la vetroresina pensando che sia eterna, ma poi, quando si scortica, i soldi vanno alle carrozzerie. Con il legno, basta una “leccata” all’anno e una barca può durare fino a cent’anni».

Paradossalmente da qui può arrivare il futuro, perché serviranno mani capaci di restaurare a regola d’arte le imbarcazioni tradizionali. Certi porti, come quello di Otranto, stanno già portando avanti una politica che favorisce l’ormeggiamento delle barche in legno. Non per sfiduciare i giovani volenterosi che desiderano intraprendere la strada del maestro d’ascia, ma perché siano consapevoli della strada da percorrere, Antonio Frassanito ammonisce: «Ci vogliono almeno dieci anni per imparare il mestiere».

Carmelo Greco

Direttore responsabile di Kleos Fabrica, ha lavorato per più di dieci anni a Milano nella carta stampata, per poi convertirsi al digitale. Una conversione che ha interessato anche il suo primo romanzo, Le stagioni di Cavabella.

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