Chi coltiva la vigna con profitto In evidenza

Massimo Del Coco ha 41 anni e le mani segnate dal lavoro di viticoltore che fa da sempre, da quando era piccolo e accompagnava il nonno, conduttore di cavalli, sul carretto, tra le campagne attorno a Salice Salentino, piccola comunità del Nord Salento a vocazione agricola e vitivinicola in particolare.

Un mestiere che conosce il silenzio del lavoro dei campi, le grandinate settembrine che rovinano l’uva e scoraggiano. Un mestiere denso di cura, quasi maniacale, dell’oro rosso, il vino di qualità che da queste parti ha creato centinaia di viticoltori espertissimi, espressione di una cultura materiale che soffre per un ricambio generazionale solo annunciato. Un ricambio che sarebbe auspicabile per creare occupazione giovanile in un settore che, nonostante la crisi, mostra segnali interessanti.

Veduta della vigna di Massimo Del CocoLa tendenza degli ultimi anni registra un aumento nelle vendite di bottiglie di vino nel mondo (complice la globalizzazione e l’apertura di nuovi mercati) e una leggera diminuzione quantitativa nelle vendite in Europa, a discapito di una scelta più oculata e indirizzata a premiare la qualità e l’eccellenza dei prodotti. Un salto di qualità che ha riguardato anche le aziende salentine che ha significato: organizzazione aziendale, prodotto di qualità, capacità di promozione e commercializzazione. In particolare, le regioni in cui risulta la maggiore densità di imprese sono la Puglia (con più di 30 mila unità) e la Sicilia (con più di 27 mila unità); seguono il Piemonte, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Campania e l’Abruzzo con un numero di imprese compreso tra le 14 mila e le undicimila. Neppure la riduzione delle superfici vitate (111 mila ettari nel 2000, 85 mila nel 2014) ha inciso sulla produzione in valore, che non scende. Merito anche delle produzioni salentine di vini Doc e soprattutto Igt che valorizzano il sistema e trainano le vendite all’estero, ulteriormente cresciute, nel triennio 2011-2013 (secondo un rapporto di Unicredit) da 78 a 121 milioni di euro. In questa intervista, Del Coco conferma il forte potenziale di un’attività che, se intrapresa e coltivata assiduamente, può dare grandi soddisfazioni.

Da quanto tempo fa questo mestiere?
«Non mi ricordo quando ho iniziato, all’incirca a sedici anni».

E i suoi coetanei?
«I miei coetanei… i miei amici si vergognavano di farlo. Il lavoro c’era, era lì, si poteva imparare ma era considerato troppo umiliante».

E per lei, invece?
«Per me era un lavoro. Un lavoro come un altro».

Qual è la cosa che le piace di più del suo mestiere?
«Mi piace fare l’uva buona e il vino buono. È tutto lì, in quel che resta delle cure e del tempo che dedichi alla vigna: l’uva buona e il vino buono».

Chi è il viticoltore?
«È una persona che non può non essere appassionata delle cose che fa. Una persona che ha una buona resistenza alla fatica e che deve tenersi sempre aggiornata, su tutto».

Aggiornarsi?
«Sì, è fondamentale, perché cambiano i sistemi, gli strumenti, il clima, i rischi, le misure di prevenzione. Insomma, la “pratica” non basta».

Cosa fa la differenza in questo mestiere?
«Mi verrebbe da dire l’esperienza. Ma non è tutto. Ancora più importante è come uno sviluppa la sua esperienza, come ci mette del suo nel rapporto con la vigna, il vino, l’uva, la sua terra. Con la propria vigna ognuno ha un rapporto unico».

Chi deve ringraziare per averle fatto scoprire il suo talento per la viticoltura?
«Mio nonno, che mi ha cresciuto e spiegato il lavoro, incoraggiandomi a lavorare sui nostri quattro ettari di vigneto di famiglia, un po’ per passione e un po’ per necessità».

Oltre al nonno?
«Beh, ho avuto veri e propri maestri più grandi di me, contadini e viticoltori che mi hanno insegnato il mestiere. Sono bravo a guardare come lavorano gli altri. Con loro ho sempre fatto così. Mi mettevo a guardarli mentre lavoravano la vigna, nella varie fasi e stagioni. Volevo capire e, piano piano, ho imparato anche io».

Ha detto di lavorare sui vigneti di famiglia. Ma quanti ne servono mediamente per poter svolgere questo mestiere in modo da sostentarsi?
«Inizialmente ho lavorato sui vigneti di famiglia ai quali se ne sono aggiunti altri che ho comprato. Per poter vivere di viticoltura occorre avere almeno dieci ettari di terreno a vigneto. Nel mio caso ho dovuto integrare i proventi derivanti dal conferimento dell’uva con il mio lavoro di operario nella cooperativa vitivinicola del mio paese. Quindi, se uno vuol fare impresa lo può fare, a partire da una proprietà di dieci ettari, un po’ di capitali da investire e un mercato di riferimento».

Torniamo al prodotto: uva e vino.
«Sì, produco diversi quintali di uva a seconda delle annate. Una volta vendemmiata, la conferisco alla cooperativa vitivinicola di Salice Salentino, cooperativa di cui faccio parte e per cui lavoro stabilmente da anni, occupandomi delle diverse fasi della lavorazione del vino, fino all’imbottigliamento. Una piccola parte dell’uva vendemmiata la tengo per me, per la soddisfazione di produrre il mio vino negramaro che consumo personalmente o regalo agli amici».

Che cosa serve per aiutare i giovani a scoprire e amare questo lavoro?
«Ci sono giovani che si accontentano di lavorare “a giornata”, perché non amano stare nei campi. Così non c’è continuità e non si impara, non si migliora. Al contrario, la possibilità di costruire una professione c’è. Invece di considerare questo lavoro la necessità di un giorno, potrebbero essere aiutati a capire che può essere il lavoro di una vita, faticosa ma vera».

E cosa serve a questo lavoro per farsi amare?
«L’agricoltura è in recessione, il mondo del vino e la sua cultura invece no. Gli incentivi e il mondo della cooperazione possono aiutare i giovani a rischiare di fare qualcosa di buono. Bisogna crederci e costruire a partire da una gestione più innovativa delle cooperative che soffrono la concorrenza di aziende più moderne, con strategie di marketing e politiche gestionali e amministrative più efficaci».

Emanuele Parlangeli

Laureato in Giurisprudenza, ha un’esperienza consolidata nella progettazione sociale, nella formazione e nella pratica dell’orientamento.

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