Stampa questa pagina
Particolare di una tavola di Federico Mele Particolare di una tavola di Federico Mele

Fumetti, basta saper disegnare? In evidenza

Vota questo articolo
(5 Voti)

Certo, bisogna saper disegnare. E molto bene. Ma questo è solo il punto di partenza. Da qui a diventare autore di fumetti ce ne passa. Per trasformare la passione in professione serve «duro lavoro e allenamento quotidiano col disegno, a livello fisico, di mano, senza il quale la crescita artistica è praticamente impossibile. Da affiancare ovviamente alle conoscenze artistiche storiche e tecniche, per ispirazioni e riferimenti». Parola di Federico Mele, che a 24 anni sta provando a farlo sul serio il mestiere del fumettista.

Tutto è iniziato al liceo linguistico di Maglie, che Federico frequentava con profitto altalenante. Il preside, conoscendo la sua attitudine, gli suggerì di partecipare a un concorso indetto dal Tricase Comics. Tema: il Mar Mediterraneo. Primo premio: una borsa di studio di un anno per iscriversi al corso triennale della Scuola internazionale di comics, sede di Pescara. Federico presentò quattro tavole. E vinse. Aveva già allora una buona mano, anche se tiene a precisare: «È la narrazione che mi interessa, il concetto stesso del raccontare. Il fumetto racconta mettendo delle immagini in sequenza e aggiungendo una parte testuale e, quindi, in questo lavoro c’è chi disegna, chi scrive, chi colora. Per quanto riguarda me, non è semplicemente l’attitudine al disegno o alla scrittura che mi ha avvicinato, ma la voglia di raccontare in questo modo che prevede entrambe le cose».

Quando è nato il tuo amore per il genere?
«Ho cominciato da bambino con Topolino e poi con la Pantera Rosa. Nella preadolescenza, mi sono spostato sul versante americano, i Supereroi della Marvel soprattutto. In una certa fase mi sono avvicinato al mondo giapponese dei Manga, ma è stata una parentesi. È un mondo ripetitivo, organizzato in generi con target precisi. A un certo punto questo non mi bastava più e ho cercato altro».
 
E che cosa hai trovato?
«I miei massimi riferimenti, che continuano a esserlo anche adesso. Se ti distacchi dal mainstream e ti metti a frugare tra le cose di una certa valenza storica, trovi gioielli come Corto Maltese di Hugo Pratt, che è uno dei capolavori assoluti del fumetto mondiale o, andando sul versante opposto, Hellboy di Mike Mignola che è un fumetto di avventura pulp della Dark Horse Comics, nipote onorario della letteratura horror gotica di Edgar Allan Poe e di Lovecraft».
 
La Scuola internazionale di comics come ha influito sul tuo percorso?
«È stata una bella esperienza. Per quanto mi piacessero i fumetti, senza vincere il concorso non so se mi sarebbe venuto in mente di fare il fumettista per mestiere. La Scuola è una delle istituzioni più importanti in Italia. Certo, la città di Pescara, a differenza di Roma e Firenze, dove ci sono altre sedi, non ha lo stesso clima di “contaminazione”».
 
Che cosa hai capito durante il corso di studi?
«Che non si possono fare fumetti senza essere dentro questo mondo, che significa: leggerne tanti, conoscere gli autori e la storia del fumetto. E poi, a parte queste tre cose che puoi fare da solo nella tua cameretta, è importante frequentare l’ambiente da un punto di vista sociale. Quindi, confrontarsi con persone che vogliono fare la stessa cosa, parlare con professionisti, andare alle fiere, fiere come ad esempio Lucca Comics, la più importante in Italia e la seconda a livello europeo».
 
Questo per avere gli “agganci” giusti?
«No, piuttosto per capire quali sono le case editrici e che cosa pubblicano. Se vuoi lavorare nel settore, devi proporre qualcosa che interessi dal punto di vista editoriale. Dico questo perché la maggior parte dei ragazzi che sostiene di voler fare fumetti, in realtà non ha nessuna idea di questo mondo. Magari ha una predisposizione al disegno ed è stata incoraggiata da amici e parenti… Ma non puoi fare cinema se non sai chi è Fellini, se non hai mai visto un film di Kubrick, se non hai idea di come funzionano Cinecittà, Berlino, Venezia».
 
La scuola ti ha aiutato ad affinare tali capacità?
«In realtà poco o niente. Basti pensare che non era prevista neanche un’ora per la storia del fumetto. Del resto, tutte le scuole in Italia ti preparano soltanto dal punto di vista tecnico, anche se ti introducono al mondo lavorativo: ti dicono come funziona, come ci si presenta, come si fa un book, quali sono i requisiti che di solito vogliono gli editori. E ti indirizzano al tipo di mercato più congeniale al tuo tratto».
 
E dopo?
«Finiti i tre anni sei in in balia di te stesso: hai di fronte il deserto, non sai in che direzione andare, non hai punti di riferimento».
 
Come hai fatto a non smarrirti nel deserto?
«Quando, due anni fa, sono uscito dalla scuola, Fulvio Palese, sassofonista jazz leccese, mi ha contattato mentre stava registrando il suo Cd The Comics tune per la Lupo Editore. Mi ha proposto di realizzare 20 tavole e mi ha dato carta bianca, visto che la musica non prevedeva testi. Ho inventato così la mia prima storia muta a fumetti».
 
Oggi su quali progetti stai lavorando?
«Da metà marzo farò il docente in un corso di fumetto base organizzato da una associazione di Nardò. La realtà salentina e pugliese non è certo piena di editori di fumetti. Del resto, per fare il fumettista non è necessario vivere nella sede della casa editrice per cui si collabora».
 
La tecnologia, in tal senso, può essere d’aiuto?
«Certo. Tanto più se pensiamo alle autoproduzioni. Jeff Smith ha scritto e disegnato Bone e all’inizio lo ha proposto alle librerie “porta a porta”. Oggi è nell’Olimpo del genere. Sorte analoga ha avuto Leo Ortolani, l’inventore di Rat-Man, uno dei fumetti attualmente più venduti. Un tempo, se qualcuno voleva proporsi, non poteva puntare sul Web che adesso ti permette di farlo a costo zero, abbattendo ogni distanza geografica».

Video

The Comics Tune di Fulvio Palese con la storia disegnata da Federico Mele
Ultima modifica il Lunedì, 08 Febbraio 2016 15:23
Carmelo Greco

Direttore responsabile di Kleos Fabrica, ha lavorato per più di dieci anni a Milano nella carta stampata, per poi convertirsi al digitale. Una conversione che ha interessato anche il suo primo romanzo, Le stagioni di Cavabella.